Un pianeta sostenibile (forse) se si incrementano gli investimenti nella ricerca

Il problema ambientale è ormai diventato uno dei più seri (se non il più serio) con cui l’umanità è costretta a misurarsi.

Tutte le ricerche affidabili ci confermano che gli esseri umani consumano annualmente ben più di quanto il pianeta sia in grado di produrre in un ciclo annuale; così facendo, stiamo compromettendo la capacità della Terra di rigenerare le risorse che serviranno in futuro.

Altro aspetto critico è dato dall’incremento della popolazione mondiale: le proiezioni che l’ONU sta elaborando indicano che verso il 2050 è attesa la presenza di 10/11 miliardi di persone.

L’ONU valuta anche che l’aspettativa media della vita a livello mondiale crescerà ulteriormente, collocandosi, sempre intorno al 2050, sui 77 anni (83 in Europa). Quindi, la popolazione sarà più numerosa e vivrà più a lungo: così consumerà di più e per più tempo (e, naturalmente, tendendo tutti a condizioni di vita migliori).

Questo è il duro dato di realtà: la Terra è un pianeta con superficie limitata, con una popolazione in aumento e con risorse in calo.

In questo allarmante scenario è utopistico pensare ad un’autolimitazione dei consumi, basata solo su responsabili scelte individuali; quelle che abbiamo delineato poco sopra sono tendenze che non possono essere agevolmente invertite, perlomeno non in tempi ragionevolmente brevi e non senza gravosi sacrifici.

Ciò non significa che ci si debba arrendere ad un catastrofico futuro ineludibile: si può tentare di cambiare strategia, aumentando esponenzialmente l’impegno nella ricerca scientifica a livello globale.

Sarebbe indispensabile accelerare per un impegno sinergico comune di università, centri di ricerca e istituzioni pubbliche, nei settori che impattano sulla sostenibilità: cercare strumenti per sfamare più persone, ideare migliori fertilizzanti, utilizzare meglio i terreni, ostacolare la deforestazione, migliorare il trasporto e la conservazione dei cibi, eliminare gli inquinanti, ridefinire i modelli di trasporto umano, soprattutto eliminare gli sprechi.

E non si tratta solo di tecnologie; è indispensabile pensare a nuove soluzioni per comunicare più efficacemente, per vendere più equamente, per distribuire più eticamente, per conservare più efficientemente, per rimodellare più equilibratamente le strutture sociali, per ridurre più correttamente le diseguaglianze.

L’essere umano ha le risorse intellettuali ed emotive per farlo.

Si tratta tuttavia di una scelta ciclopica, che comporta investimenti ingentissimi e crescenti, in uomini e in mezzi.

Solo un impegno assoluto, collettivo e concreto di ricerca sul nostro futuro, un impegno senza precedenti, può (forse) impedire lo scenario distopico di un mondo affamato, inquinato e in guerra.

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