Imprese sui mercati internazionali globali: opportunità o necessità per la politica industriale?
Un aspetto significativo dell’agenda elettorale di pochi mesi fa riguardava la politica commerciale e l’internazionalizzazione delle Piccole-Medie Imprese (Pmi); la speranza è che tutto ciò non rimanga adesso inattuato.
Da un lato veniva sottolineata la funzione fondamentale degli accordi di liberalizzazione degli scambi, quale strumento principale mediante il quale favorire l’accesso delle Pmi ai mercati internazionali; dall’altro si evidenziava la necessità di inserire in tali accordi delle regole idonee a garantire l’equità del commercio internazionale e ad armonizzare gli effetti di una globalizzazione potenzialmente squilibrata; regole che fossero ispirate a princìpi di sostenibilità ambientale e sociale.
L’idea del fondo, profondamente condivisibile, si basa su un principio di equilibrata solidarietà, in base al quale, in una società che voglia essere coesa, chi tragga vantaggio da una decisione comune sia chiamato a concedere compensazioni, almeno parzialmente, a chi da tale decisione subisca un pregiudizio.
Tuttavia, l’introduzione di clausole di tutela ambientale e sociale negli accordi di libero scambio ha sempre suscitato un dibattito contrastato: i Paesi meno sviluppati sono culturalmente meno sensibili di quelli più avanzati, rispetto alle questioni di protezione dell’ambiente e dei lavoratori. Infatti, comprensibilmente, tali Paesi fanno notare che il sottosviluppo comporta purtroppo altre priorità: a loro giudizio, ogni proposta di salvaguardia ambientale e sociale sembra rappresentare un protezionismo mascherato o un lusso che i più agiati vogliono surrettiziamente imporre ai meno abbienti.
Infine, pur con limitate eccezioni, le Pmi comunque difficilmente riescono ad esportare e ancor meno a fare investimenti direttamente all’estero. Un accordo di libero scambio può rimuovere le barriere tariffarie (dazi) e in parte anche quelle non tariffarie (leggi e regolamenti che avvantaggiano le imprese interne), ma anche ove tutte queste barriere scompaiano, rimarrebbero comunque ostacoli materiali (costi di trasporto e distribuzione) e immateriali (asimmetrie informative, rischi) che solo imprese sufficientemente dimensionate sarebbero in grado di affrontare agevolmente. Persino nell’Unione Europea le imprese che vendono in mercati diversi da quello del proprio Paese d’origine rappresentano una quota molto bassa del totale delle imprese.
Concretamente, le Pmi (e non solo le Pmi) potrebbero meglio orientarsi verso l’internazionalizzazione trovando una propria adeguata collocazione nelle reti globali di produzione. La politica industriale dovrebbe pertanto sostenere ed agevolare questo posizionamento, aiutando le Pmi a rimuovere gli ostacoli legati in particolare alle barriere informative e ai rischi associati alla produzione per la clientela internazionale.

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